L’Architettura

Percorrendo la cinquecentesca ‘Strada Nuova’, l’odierna via Garibaldi, Palazzo Lomellino si impone allo sguardo del visitatore per l’elegante facciata in stucco, per l’avvolgente spazio dell’atrio e per lo scenografico ninfeo che chiude, come una quinta teatrale, il cortile interno della dimora, oltre il quale si estendono verdi giardini terrazzati adorni di statue e fontane

La struttura architettonica e la semplice distribuzione degli spazi interni sono caratteristiche emblematiche dello stile progettuale del Bergamasco, al quale gli studi di Poleggi hanno affiancato in questa sede, in qualità di capo d’opera nella direzione dei lavori, l’architetto camerale Bernardino Cantone. È a quest’ultimo che si riconosce, fra l’altro, il progetto e la supervisione dei lavori di Strada Nuova, per la cui ideazione non si esclude un possibile coinvolgimento dell’architetto perugino Galeazzo Alessi.

La struttura del palazzo presenta, al di sopra del piano terreno con l’atrio ovale, l’androne e il cortile, due piani nobili, di cui il secondo più sviluppato in altezza, e un ultimo piano attico nel sottotetto.

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P.P. Rubens, Pianta del primo piano, in Palazzi Moderni di Genova…, Anversa 1652
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P.P. Rubens, Pianta del secondo piano, in Palazzi Moderni di Genova…, Anversa 1652

Ogni passaggio di proprietà determinò cambiamenti nella decorazione interna e nella struttura dell’edificio, con adeguamenti funzionali che, se non stravolsero l’originaria planimetria cinquecentesca, come per altre dimore in Strada Nuova, tuttavia ne modificarono l’assetto. Per la ricostruzione delle vicende architettoniche dell’edificio sono preziosi i disegni di Pietro Paolo Rubens, pubblicati nella seconda edizione del suo volume Palazzi Moderni di Genova (1626), e i rilievi del Gauthier editi nel 1818. Dal confronto fra queste due fonti si evidenziano alcuni cambiamenti, databili al primo quarto del Settecento e imputabili alla committenza Pallavicini, che interessarono soprattutto gli ambienti del secondo piano rivolti verso il giardino: il cortile venne ampliato, arretrando un originario ninfeo poi sostituito dalla odierna scenografica fonte, e venne dato così maggior respiro alle ali laterali, “che furono sopraelevate ed allungate alla quota di gronda della costruzione primitiva” (Poleggi 1968).

Alla fine degli anni ’60 del XX secolo, infine, l’architetto razionalista Franco Albini mise mano a una parziale revisione del secondo piano nobile e dell’appartamento sovrastante, intervenendo sui danni bellici con l’inserimento di originali strutture funzionali alla moderna vita del palazzo.

LA FACCIATA

La facciata, dalla ricca e originale decorazione, è una vera e propria quinta scenica che colpisce l’attenzione del visitatore invitandolo all’ingresso. È stata ipotizzata una completa identità di ideazione tra interni ed esterni e la critica ha ricondotto anche il progetto della facciata, animata da stucchi e rilievi antropomorfi alternati a vuoti che ne accentuano la vibrazione ‘pittorica’, al genio del Bergamasco: festoni, ghirlande di frutti, mascheroni, erme e trionfi rivestono il prospetto che si affaccia su Strada Nuova, movimentandolo con ornati di straordinaria inventiva.

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Fotocomposizione della facciata di palazzo Lomellino

Questa facciata, accuratamente descritta dalla Müller Profumo (1992), è davvero un’eccezione se confrontata con le fronti degli altri palazzi della via: i rilievi alleggeriscono visivamente il prospetto, che viene percepito da chi lo osserva come un vero e proprio ‘effimero vestito a festa’, e il gioco di luci e ombre che questi magnifici stucchi creano accentua il senso di apparente leggerezza con cui sembrano vibrare le forme a rilievo. All’altezza del pianterreno, tra le finestre, sono erme dai volti androgini e zampe unghiate da arpie, mentre in corrispondenza del primo piano eleganti drappeggi, a fingere stoffe, sostengono trofei d’armi con pugnali, clipei, daghe e pettorali, emblemi di forza e potere. Le finestre sono incorniciate da delicate volute impreziosite da figure di erme-sirene mentre al secondo piano nobile il decoro è costituito dall’alternanza di ghirlande di frutta, simbolo di abbondanza, mascheroni e figure all’antica: uno spazio ricco di riferimenti allusivi, dunque, intessuti in modo fantasioso e di grande impatto visivo.

La realizzazione di questo ricchissimo insieme di stucchi, su disegno con buona probabilità del Bergamasco, viene tradizionalmente attribuita all’artista urbinate Marcello Sparzo, molto attivo a Genova alla fine del Cinquecento in opere di destinazione sia pubblica sia privata. Confrontando il prospetto attuale con il disegno pubblicato dal Rubens (1626), si notano alcuni cambiamenti: le aperture delle finestre appaiono più ampie, forse per l’inserimento dei balconi a inizio Seicento; al secondo piano nobile non compaiono più i mezzanini e al primo piano mancano i busti ospitati entro cornici ovali sopra le finestre.

Grazie agli ultimi filologici restauri (2000-2004), la facciata è stata ripulita da uno spesso strato di grigie incrostazioni ed è tornata allo splendore originario.

L’ampio portale da cui oggi si accede al palazzo è frutto della risistemazione settecentesca: l’originario ingresso, più semplice, era infatti di dimensioni inferiori e decorato da una maschera ghignante, come si vede nel disegno del Rubens. Due lisce colonne sostengono oggi un timpano spezzato in forte aggetto, con al centro un cartiglio recante nello stemma le iniziali ‘A.P.’ del proprietario ottocentesco Andrea Podestà. Sicuramente il cambiamento ascrivibile al XVIII secolo è da imputare alla volontà di enfatizzare maggiormente la sontuosità e la grandiosità dell’ingresso al palazzo.

L’ATRIO

Varcato l’ampio portone, un raffinato atrio di forma ovale è ugualmente rivestito di rilievi in stucco: sulle pareti sono ricavate quattro piccole esedre decorate a cassettoni, mentre tra un’esedra e l’altra coppie di erme con capitello ionico si alternano a specchiature dal ricco e minuzioso ornato, sormontate da piccoli obelischi.

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Di grandissimo pregio il soffitto: nel medaglione centrale è rappresentata la scena di trionfo di un guerriero secondo i più antichi e consolidati modelli iconografici, mentre nei quattro tondi posti intorno sono immagini pur sempre connesse al tema dell’imperator e della sua liberalità, secondo l’interpretazione della Müller Profumo. Su di un finto tessuto appeso a ganci attorno all’ovale centrale eleganti volute, festoni vegetali, trofei di armi e piccoli putti sono gli elementi di raccordo tra i diversi medaglioni.

Gli stucchi sono ancora opera dello Sparzo, ma il disegno di questo ambiente e della sua decorazione è probabilmente riconducibile all’ideazione del Bergamasco, la cui cifra stilistica è evidente nella bizzarra tipologia delle erme, tipica del repertorio manierista di questo artista.

Fino agli ultimi restauri l’atrio era mortificato da una tinteggiatura color ocra-verdastro che non facilitava una corretta lettura dei diversi elementi; oggi la pulitura delle superfici e i diversi interventi di ripristino hanno restituito agli stucchi le loro originali cromie, giocate su toni bianchi e azzurri.

Superato l’atrio, si percorre un androne – nelle cui lunette sono state riportate alla luce piccole scene a fresco di soggetto navale e marino e di probabile esecuzione seicentesca – arrivando all’ampio e scenografico cortile, concluso da un imponente ninfeo settecentesco.

IL NINFEO

Lo scenografico ninfeo che domina lo spazio del cortile interno della dimora cattura immancabilmente l’attenzione di ogni visitatore che passeggi in Strada Nuova: si pone infatti quale punto focale di un asse visivo che, dal portale del palazzo, conduce lo sguardo attraverso atrio, androne e cortile, fino appunto a questa teatrale fonte, che nel Settecento venne a sostituire un più piccolo ninfeo, già documentato nei seicenteschi disegni dell’edificio pubblicati dal Rubens.

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Domenico Parodi, Il ninfeo di Palazzo Lomellino
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Domenico Parodi, Progetto per il ninfeo di Palazzo Lomellino, Genova, Gabinetto Disegni e Stampe di Palazzo Rosso

Una studiata soluzione architettonica prevedeva infatti fin dall’origine questa felicissima prospettiva che visivamente raccorda senza soluzione di continuità i diversi ambienti del piano terreno. Le dimensioni del cortile erano tuttavia inferiori e il muro di contenimento del sovrastante terrazzo era in una posizione più avanzata rispetto all’attuale. Confrontando le seicentesche planimetrie del Rubens e del Gauthier (1818) appaiono chiare le modificazioni del XVIII secolo, quando venne appunto ampliato lo spazio del cortile in funzione scenografica, sbancando e arretrando il muraglione di fondo e dando così maggior respiro al nuovo ninfeo. Operazioni simili vennero realizzate, negli stessi anni, in altre dimore private della città, in Strada Nuova così come in Strada Balbi.

La ‘fonte rustica’ di Palazzo Lomellino, con le sue stalattiti, è emblematica dell’evoluzione del gusto locale, che nel corso del XVII secolo trasforma le tradizionali grotte artificiali di giardino cinquecentesche, chiuse e rivestite di mosaici polimaterici, in ninfei aperti quasi fossero quinte teatrali.

Questo ninfeo venne probabilmente realizzato dai Pallavicini subito dopo l’acquisto del palazzo (1711) e si inserisce dunque tra le opere di aggiornamento decorativo della dimora, non a caso affrescata proprio ora nelle sale del secondo piano nobile.

Il suo aspetto monumentale – che sfrutta la caduta delle acque provenienti dalla cisterna della retrostante collina del Castelletto – si deve ad un progetto di Domenico Parodi, poi posto in opera dallo stuccatore Francesco Biggi.

Lo studiato sviluppo in altezza di questo ninfeo risolve felicemente la continuità tra il palazzo e la collina retrostante, offrendo alla vista quasi due ninfei connessi iconograficamente l’uno all’altro, il primo al piano del cortile e il secondo nel terrazzo sovrastante. Più in alto si estende un ampio giardino su due livelli, costruiti ‘in costa’ secondo il più tipico modulo locale.

La volta del grande ninfeo è retta da due giganteschi telamoni o tritoni, che un tempo incorniciavano una scena ispirata al mito di Fetonte, purtroppo perduta. Già Alizeri nella sua Guida del 1875 scriveva che il gruppo di “Fetonte giù capovolto dal cielo e un genietto dall’alto a versar acque da un’urna”, eseguito in stucco e collocato immediatamente sopra il grande arco, risultava a quell’epoca disperso.

Secondo la mitologia classica il giovane Fetonte, figlio di Elio e Climene, avendo ottenuto faticosamente dal padre la possibilità di guidare per un giorno il carro del Sole, non avrebbe poi saputo reggerne i focosi cavalli, bruciando incautamente il Cielo e la Terra: per questo sarebbe stato colpito da Zeus e precipitato nel fiume Eridano. Il disegno preparatorio di que- sto ninfeo, conservato presso il Gabinetto Disegni e Stampe di Palazzo Rosso (inv. D4667), documenta l’invenzione del Parodi nel suo originario sviluppo narrativo.

Per approfondire

Lauro Magnani

Un palazzo tra città e natura

Ennio Poleggi

Nicolosio Lomellino primo committente

Elena Parma

La decorazione a stucco

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