Il Giardino
Il giardino di Palazzo Lomellino si svela al visitatore come un paradiso nascosto, celato dietro i drappeggi e ghirlande in stucco della facciata.
L’aspetto che ha oggi il giardino di Palazzo Lomellino, e il complesso del suo arredo scultoreo, si deve alla fase settecentesca di trasformazione della dimora, quando gli allora proprietari, i Pallavicini, scelsero come spazi privilegiati del proprio abitare gli appartamenti al secondo piano nobile, in diretta comunicazione con il giardino che divenne ugualmente oggetto di aggiornamento dell’apparato decorativo.

Magnani (2004) riconduce alla regia di Domenico Parodi, l’intera animazione plastica di quest’area verde: suoi sarebbero i satiri sulla balaustra che affaccia sul cortile, e sue le cinque statue che dominano il giardino dall’alto del muraglione di contenimento del terrazzamento superiore. Qui è predominante il tema bacchico: due figure femminili e tre maschili, tra cui probabilmente lo stesso Dioniso, suonano cornamuse, flauti e strumenti musicali.
In questo modo l’arredo dello spazio naturale si connette direttamente alla tematica iconografica della sala con Bacco che regge la corona di Arianna dell’appartamento su via Garibaldi, affrescata dallo stesso Parodi.


Il muraglione in fondo al giardino è occupato al centro da un ninfeo di soggetto dionisiaco: un nicchione con stalattiti e vasca in pietra di finale dominato da un gruppo in stucco raffigurante un enorme Sileno impegnato a versare da un’anfora il vino – l’acqua della fonte – nella bocca di Bacco.
Sul fianco, a ponente, si apre una grotta con stalattiti e conchiglie nel cui antro tenta di rifugiarsi un cinghiale cacciato da Adone: le due sculture in marmo, sono ancora del Parodi e si muovono in una caverna rivestita di concrezioni calcaree e conchiglie. Questa grotta esisteva già nel XVII secolo come testimoniano i due ovali in stucco posti ai lati dell’entrata che rappresentano probabilmente le divinità dei Fiumi, e la decorazione a mosaico polimaterico poi ricoperta dalla decorazione ‘a rustico’ di tipico gusto settecentesco.
Di recente, grazie a un accurato restauro, è stato ripristinato l’antico meccanismo idraulico che portava, e porta ancora oggi, acqua alla grotta, facendo scaturire, con un sistema di condotti, piccoli getti in diversi punti di questo spazio di natura e finzione. Si accede a questo luogo camminando sotto un pergolato in ferro, databile al XVIII secolo, il cui percorso è scandito da busti marmorei dei dodici Cesari, alcuni riconducibili, secondo Magnani, all’ambiente del Parodi.
Nei documenti rinvenuti la grande pergola del giardino è indicata con termine arabo “cubba”, come già la più conosciuta ‘cubba’ di Palazzo del Principe. Le carte d’archivio ricordano inoltre la presenza di una uccelliera detta “dei pavoni”, che si sa restaurata nel 1791 e oggi perduta.
Al centro del parterre si trova infine una vasca circolare in marmo bianco con nel mezzo un piccolo Ercole in lotta con un serpente, ascrivibile all’ambito parodiano.
Ricerche d’archivio hanno permesso una prima ricostruzione dell’impianto verde del giardino “storico”, soggetto nel tempo, dato il suo carattere effimero, a modifiche. Era certa la presenza di agrumi – nel 1791 vengono acquistati nuovi alberi “alti” di limoni – e le aiuole, geometriche e regolari, erano punteggiate di giacinti, giunchiglie, garofani in vaso. I conti del giardiniere, sempre nel Settecento, ricordano ranuncoli dai colori più vari: “bianchi pittati di rosso”, “cremisi con verde in mezzo”, “rossi di Francia”, “gialli color d’oro”, “corallini”, “rosa d’Olanda”, “bianchi con foglia metà color di rosa”.
L’ORTO
Dopo aver ammirato e percorso l’ampio giardino, è possibile salire al livello superiore e scoprire un secondo terrazzamento di recente oggetto di un attento e filologico restauro. Questo spazio, quasi nascosto alla vista, fin dai tempi antichi era utilizzato come orto.
Al centro del muraglione di contenimento si apre un piccolo ninfeo costruito perfettamente in asse con le due scenografiche fonti dei due livelli sottostanti.
I recenti lavori di ripristino hanno permesso, tra l’altro, il recupero delle antiche canalette in pietra di Finale e hanno consentito di riproporre l’antica immagine di quest’area coltivata. La vista che da questa altezza si può godere del fronte nord del palazzo e dei tetti del centro storico è davvero strepitosa!
IL ‘MINARETO’

Quest’alta torre bianca, posizionata tra il giardino e l’orto, è addossata al muro di contenimento tra i due terrazzamenti e consente il passaggio da un livello all’altro.
Originale e unica, visibile dall’alto di Castelletto, domina – con la sua peculiare forma ‘a minareto’ – l’area circostante, ed è dunque curioso che la storiografia dia solo scarne notizie circa la data di realizzazione e la funzione precisa di questa struttura. I recenti rilievi hanno evidenziato una differente caratterizzazione della muratura tra la torre a pianta ottagonale e il culmine a base circolare, consentendo di ipotizzare che la costruzione e l’innalzamento della stessa siano avvenuti in più fasi costruttive.
Di probabile fondazione cinquecentesca – al suo interno sono state rinvenute tracce di decorazioni credibilmente del XVI secolo – la torre, con la sua scala a chiocciola, è certamente funzionale alla fruizione dei diversi livelli del giardino. Venne poi probabilmente sopraelevata nel XVII secolo per divenire un “mirador” da cui godere di un panorama d’eccezione.
Il carattere ‘arabeggiante’ di questa costruzione è stato messo utilmente in relazione con l’apertura al Mediterraneo della città di Genova (Magnani 2004). L’ipotesi – formulata nel corso dei recenti interventi conservativi – che questa struttura possa insistere su una torre precedente, connessa al sistema fortificato del Castelletto, non pare ancora suffragata da dati sicuri.
Forse riconoscibile, nella sua prima struttura cinquecentesca, nelle antiche vedute topografiche di Gerolamo Bordoni (1616) e di Alessandro Baratta (1637), il cosiddetto ‘minareto’ è raffigurato invece come noi oggi lo vediamo, sia in termini formali che altimetrici, nelle testimonianze iconografiche del XIX secolo.
