Affreschi del secondo Piano nobile
Nei primi decenni del XVIII secolo il secondo piano nobile di Palazzo Lomellino vede impegnati diversi pittori in un’importante cantiere di aggiornamento pittorico
Il palazzo, entro la prima metà del Settecento, è al centro di una nuova campagna d’interventi al secondo piano nobile: Ezia Gavazza, sulla base di un’accurata analisi stilistica, datava correttamente gli affreschi di questi ambienti intorno al 1715 (2000). In base a recenti ritrovamenti d’archivio si può oggi indicare con certezza la data 1711 per l’ingresso della famiglia Pallavicini nella dimora, e quindi attribuire alla volontà dei nuovi proprietari il rinnovamento dell’apparato decorativo e iconografico (Manzitti, Priarone 2004).
Nel cantiere vengono chiamati artisti della scuola locale e pittori dell’area bolognese, secondo una consuetudine e una volontà di aggiornamento di gusto ormai affermatasi a Genova.
La sequenza di queste tre stanze rivela la propensione tipica del nuovo gusto settecentesco per una decorazione totalizzante, in cui la bidimensionalità della pittura si sposa felicemente con la tridimensionalità dello stucco; i temi sono legati al mito in una natura lussureggiante, benigna e rigogliosa, popolata da vivaci putti, grappoli d’uva e tralci, festoni di fiori e frutti. Si accede a questo appartamento meridionale attraverso un suggestivo corridoio con pavimento rivestito di feltro rosso di ideazione albiniana.
SALA DI GIOVE

Nel primo dei tre ambienti settecenteschi che affacciano su Strada Nuova Giacomo Antonio Boni (Bologna 1688-Genova 1766) illustrò la storia di Giove e la capra Amaltea, rifacendosi al noto racconto mitologico secondo il quale Amaltea, dopo aver allattato il sovrano degli dei nell’isola di Creta, sarebbe stata per gratitudine glorificata da questi e posta tra le stelle. Nella scena centrale della volta, in alto, un putto regge la cornucopia dell’abbondanza, già il corno della stessa Amaltea, che qui è raffigurata mentre alcune ninfe la adornano di fiori e altri putti siedono sugli elaborati sfondati architettonici reggendo ghirlande. Boni inserisce infatti la scena allegorica all’interno di una spessa cornice illusiva che il Ratti (1769, II) attribuì al pittore di quadrature, ossia finte architetture, Gio. Battista Revello detto il Mustacchi, allievo e aiuto di Antonio Haffner. Il Boni, operando nel campo della pittura a fresco in linea con la tradizione genovese, ottenne in città numerose commissioni di prestigio, superando l’iniziale ostracismo della scuola locale.
SALA DI BACCO

Nella sala centrale il genovese Domenico Parodi (1670-1742) affresca Bacco che regge la corona di Arianna: seduto su una nuvola, il dio del vino, accompagnato dalle pantere che secondo la mitologia avrebbero trainato il suo carro, tiene in mano un diadema d’oro, dono di nozze per la sua sposa, Arianna, figlia del re di Creta Minosse. Questo gioiello creato da Vulcano, dio del fuoco e della lavorazione dei metalli, una volta lanciato in cielo si sarebbe trasformato nella costellazione della Corona Boreale.Intorno al riquadro principale, aperto sul cielo azzurro, quadrature architettoniche ospitano putti ubriachi, addormentati e in festa, mentre coppie di figure a fingere il marmo, su eleganti volute, sorreggono vasi colmi di tralci d’uva.
Il tema bacchico della volta è significativamente ripreso nei medaglioni in grisaille alle pareti: un trionfo dell’abbondanza e dell’illusione, tra affresco e stucco, che trasforma la sala quasi in un unico ‘apparato teatrale’ dove l’architettura reale continua in quella dipinta, e questa si trasforma in finta scultura o in elementi naturali, ma trasfigurati in oro. Nella resa delle figure è evidente una grande attenzione plastica derivante al Parodi, in questa fase, dalla duplice esperienza di pittore e di scultore.
SALA DI DIANA
Nella sala successiva, l’ultima verso ponente dell’appartamento meridionale, il quadraturista bolognese Tommaso Aldovrandini organizza prospetticamente lo spazio della volta e delle pareti in funzione dell’esposizione delle cinque famose tele con le Storie di Diana del Franceschini.
La decorazione architettonica dell’Aldovrandini, dominata da volute asimmetrie, fa da cornice ai simboli di Giove e Giunone realizzati in stucco: sul cornicione si alternano infatti maestosi pavoni e aquile; agli angoli festoni di quercia, attributo di Giove, gigli, sacri a Giunone, e rami di mirto legati da nastri. Alla sacra unione tra le due divinità si affiancano, nelle piccole cartelle a monocromo, gli amori adulterini di Giove e Leda e di Giove e Latona, dall’ultimo dei quali nascono Apollo e Diana, celebrata poi sulle pareti dalle tele del Franceschini (Magnani 2004).
SALA DI LUCA GIORDANO
I prestigiosi ambienti di questo appartamento, rivolti verso il giardino e affacciati sul cortile interno del palazzo, si organizzano intorno ad un ampio vano centrale, spazio di raccordo tra quest’ala della dimora, rivolta a monte, e quella – già descritta – che prospetta su Strada Nuova. La volta di questo salone, perduta a causa dei danni dell’ultima guerra, era stata affrescata alla metà dell’Ottocento dal pittore Giuseppe Isola con la scena di Torquato Tasso che legge il suo poema alla famiglia d’Este.
In quegli anni era proprietario del palazzo Andrea Podestà e l’opera veniva ricordata dall’Alizeri (1875) come felice esempio dello stile del pittore, realizzata “con quella franchezza e con quella armonia che procede da lunga esperienza a trattare gl’intonachi”.
Oggi questo vano è modernamente ridisegnato dall’architetto Emanuela Brignone Cattaneo. Contropareti a scaffale creano infatti il nuovo volume della sala, inventando una splendida libreria di design contemporaneo, capace di coniugare le esigenze di conservazione con quelle del moderno abitare, proprio come già avevano dimostrato possibile, alla fine del settimo decennio del secolo scorso, i funzionali interventi – in questo stesso secondo piano nobile – di Franco Albini.
In questo ambiente è oggi esposto uno straordinario dipinto del grande artista del barocco napoletano Luca Giordano, raffigurante La fuga in Egitto: l’opera, di altissima qualità per le preziose cromie, i delicati trapassi luministici e la forza espressiva, appartiene alla fase giovanile del pittore ed è stata datata tra il sesto e il settimo decennio del Seicento.
SALA DEL ‘DUELLO TRA ENEA E TURNO’
Nell’ala ovest i soffitti dei 3 saloni erano stati decorati dallo Sparzo su disegno del Bergamasco. Il bombardamento del ‘42 ne distrugge due e danneggia il terzo. Negli anni ‘70 interviene l’Albini che soppalca i 3 saloni e controsoffitta il soffitto danneggiato.
I recenti interventi di restauro, terminati nel 2008, riportano alla luce questo soffitto con rilievi in stucco proprio come la facciata e l’atrio ovale.
Gli spazi così come i volumi sono oggi notevolmente alterati e ritrovarsi di fronte all’originale decorazione tardo cinquecentesca di un salotto è una sorpresa davvero inaspettata.
Nota attraverso una fotografia storica pubblicata nel 1950 da Giuseppe Morazzoni, questa volta in stucco si riteneva ormai perduta: il suo ritrovamento, aggiunge un capitolo importante alla storia del palazzo e, più in generale, a quella del tardo Manierismo genovese.

Il riquadro centrale raffigura il Duello tra Enea e Turno, episodio tratto dall’epico racconto dell’Eneide virgiliana, ‘disegnato’ rifacendosi a precedenti di Luca Cambiaso: lo scontro tra le due figure, modellate in forte rilievo, si svolge alla presenza dei rispettivi eserciti, all’interno di una scena prospettica abilmente costruita attraverso la soluzione di un pavimento quadrettato e scorciato in profondità verso un punto di fuga centrale.
Un finto baldacchino in stoffa, realizzato in stucco e decorato con maschere, profila la cornice della scena principale, riproponendo soluzioni già poste in opera dallo Sparzo negli ornati di alcuni salotti nel palazzo di Andrea Doria. Intorno, a metà di ogni lato, le personificazioni delle Quattro Stagioni, affiancate da sfingi tipiche del repertorio manierista, si stagliano su una illusiva fuga di colonne. Agli angoli il motivo del finto tessuto sorretto da ganci, già affrontato nella volta ovale dell’atrio, ritorna accanto ad altri elementi propri del lessico del Bergamasco: ghirlande di fiori, ceste di frutti, cariatidi e putti, nastri e candelabre.
Del Cambiaso si conosce un disegno di identico soggetto, conservato al Musée de Besançon, che presenta ugualmente i due eroi dell’antichità a duello, al centro di uno spazio limitato da un parapetto oltre il quale si affollano figure di soldati con elmi e pennacchi; la stessa scena era stata inoltre già proposta assai simile dallo stesso Cambiaso in un palazzo già Lerca- ri di piazza Posta Vecchia (n.3; Biavati 1984; Biavati 1985).
LE DUE GALLERIE VERSO IL GIARDINO
Sul fronte settentrionale corrono parallele due gallerie di diversa lunghezza, anch’esse risultato della fase settecentesca di ampliamento della dimora, concepite per essere in diretta comunicazione con il primo livello del giardino. Questi due spazi si aprono direttamente sui due viali che percorrono il parterre esterno e la decorazione a fresco che ne interessa le volte è legata da un eccezionale rapporto visivo e iconografico con gli spazi naturali del giardino, come ben chiarito da Magnani (2004).
GALLERIA DI PONENTE
A questo vano si accede percorrendo una sala, con affaccio sul cortile, la cui attuale cubatura risale alla fase settecentesca di rinnovamento edilizio dell’immobile. La parete ovest di questo salotto, infatti, scherma una seconda parete – più esterna – sulla quale a sorpresa sono stati riportati alla luce da recenti restauri affreschi seicenteschi con architetture a trompe l’œil: un tesoro inatteso che illumina e arricchisce la complessa storia di questo palazzo, rinnovato nei secoli secondo i desideri di ogni nuovo proprietario.
Entrando poi nella piccola galleria di ponente, si scopre un ambiente prettamente settecentesco, dove Domenico Parodi – pittore già attivo nella Sala di Bacco – propose, grazie a stucchi e architetture dipinte, una decorazione illusiva in dialogo con l’ambiente esterno: girali fitomorfi e ghirlande di fiori inquadrano, al centro della volta, una tela di formato circolare nella quale sono rappresentati putti che volano su un cielo azzurro.
Questo vano si pone in diretta continuità con il sentiero pergolato esterno che porta alla grotta ricavata nella muraglia di fondo del terrazzamento.
In questo antro rustico, rivestito di stalattiti, una scultura in marmo, scolpita dallo stesso Parodi, raffigura Adone cacciatore che insegue un cinghiale impaurito.
GALLERIA DI LEVANTE
Sul lato opposto, attraverso una serie di ambienti con controsoffittatura albiniana, si accede alla più ampia galleria di levante. Alla metà del XX secolo la scelta di Albini, che volle rendere più funzionale e razionale la distribuzione di questi spazi, era stata quella di utilizzare consapevolmente materiali neutri, che dichiaravano la loro ‘povertà’ nell’assenza di superflue decorazioni e in un uso uniforme del colore. Oggi nella sala da pranzo antistante la galleria le pareti sono state movimentate – su suggerimento dell’architetto Emanuela Brignone Cattaneo – da geometriche pitture murali che, pur nel rispetto delle volumetrie albiniane, intendono alleggerire il grigio delle precedenti strutture per armonizzarsi con il ricchissimo apparato decorativo della settecentesca galleria.
In questo ambiente, infatti, nella prima metà del XVIII secolo il bolognese Giacomo Antonio Boni dipinse un cielo di grande profondità e, nell’arioso spazio diafano, su nubi leggere, inserì divinità dell’Olimpo in digradante lontananza verso l’altissima immagine di Giove. Il padre degli dei in volo sull’aquila con il fulmine in mano domina le altre figure, affrescate in tenui tonalità pastello.
Nel centro del soffitto il “carro di Venere è fermo in primo piano, volano le sue colombe, dorme la dea con cupido tra le braccia, un amore tiene in mano i simboli dei due, il pomo e l’arco, Giunone, Atena, Marte, Giove assistono dal cielo più alto; all’ingresso un puttino alato invita lo spettatore al silenzio, mentre altri, all’uscita verso il giardino recano corone difiori” (Magnani 2004).
Intorno allo spazio dipinto, su uno spesso cornicione che profila la volta affrescata, sono modellate in stucco grandi figure dalle forme morbide e dalla finissima fattura, che connotano in modo molto originale la decorazione di questo ambiente. Sopra le finestre giocosi putti reggono i simboli dei quattro elementi – aria, acqua, terra e fuoco – mentre al centro di ogni lato, una per parte, sono quattro figure femminili, riconoscibili dagli attributi, come le personificazioni delle parti del mondo allora conosciuto: America, Asia, Africa ed Europa.
Alla raffigurazione pittorica di un cielo ultraterreno fanno dunque da contraltare rappresentazioni allegoriche del mondo terreno più concretamente tradotte nella plastica dello stucco.
Di questo animato cornicione si conserva un disegno di progetto di Paolo Gerolamo Piola al Gabinetto Disegni e Stampe di Palazzo Rosso (inv. D 4434), pubblicato per la prima volta da Ezia Gavazza (1965): un modello grafico nel quale l’artista studia già sulla carta, attraverso l’inchiostro acquerellato e la biacca, l’impatto di luci e ombre sulla tridimensionalità di queste elaborate figure. Molto interessante rilevare come nel foglio il pittore ponesse, al di sotto delle figure allegoriche dei quattro continenti, quella di un angioletto, corredata dalla scritta autografa “L’Angelo con la Croce significa la Fede che illumina le quattro Parti del Mondo”: evidentemente il primitivo disegno iconografico della volta aveva un carattere sacro e riproponeva un tema vicino a quello affrontato da Bernardo Strozzi al piano inferiore, La Fede che sbarca nel Nuovo Mondo.
